Paolo Codazzi è nato a Firenze, città in cui vive e lavora, operando attivamente nell’ambito culturale cittadino. 
È fondatore della rivista «Stazione di Posta» e del “Premio Letterario Chianti”.
Studioso di storia antica ed etruscologia, collabora con quotidiani e periodici.
Ha già pubblicato: “Il cane con la cravatta” (2002), “Segreteria del caos” (2006) e “Il destino delle nuvole” (2010), editi per Mobydick.

 

Introduciamo l'evento con la presentazione dello stesso autore....

Molto spesso non festeggio l’ultimo giorno dell’anno come la generalità delle persone (senza ovviamente fargliene una colpa, semmai sono io un misantropo incline alla solitudine dalle consuetudini), e quel 31 dicembre di qualche anno fa mi comportai alla stessa maniera: una cenetta con la mia compagna, a letto poco dopo la mezzanotte, riservandomi, invece, la mattina del 1 gennaio successivo una visita alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze (dove vivo) senza la ressa dei molti visitatori che normalmente frequentano il Museo.
Non era la prima volta che visitavo la Pinacoteca ma so per esperienza che ogni volta riesco a scoprire un quadro che magari mi era sfuggito nelle altre visite oppure esposto di recente al posto di un altro in restauro o in gita turistica in una delle migliaia di mostre itineranti allestite ogni anno nel mondo.

Quasi al termine della visita mi imbattei in un quadro di Baldassarre Franceschetti, detto il Volterrano, rappresentante una ragazza a mezzo busto che nello stupore della visione sostituì il mio ideale di bellezza femminile come altre volte mi era accaduto. Presi degli appunti particolari sul mio taccuino e me ne tornai a casa dimenticandoli per mesi.

Quasi un anno dopo visitando la Pinacoteca Civica di Palermo vidi un quadro che già conoscevo ma che non avevo ancora visto fisicamente: “l’annunciata” o quella che io definì “l’impannata” di Antonello da Messina, che subito mi riportò al volto visto alla Galleria Palatina e rammentandomi gli appunti che avevo annotato sul mio taccuino. Scrissi proprio durante il soggiorno siciliano un racconto di circa venti pagine sulla vicenda che immaginai e che non sto subito a raccontare per non precorrere i contenuti della “Farfalla asimmetrica”.
Seguendo un mio modo di considerare la scrittura in genere e la letteratura in modo particolare, che definisco ad espansione, decisi qualche mese dopo di dilatare il racconto portandolo a circa cento pagine: nel frattempo stavo oziando su letture riferenti la magia in genere e le persecuzioni subite dalle guaritrici e mi balenò l’idea di associare tutto questo al racconto trasformandolo in un romanzo vero e proprio. Questa la genesi dello “Specchio Armeno”, titolo originale che non convinse l’editore, poi trasformato in “La farfalla asimmetrica”.
Che cos’è una “farfalla asimmetrica”? E’ la prima delle spiegazioni, introduce Giuseppe Panella nella sua recensione, che Paolo Codazzi concede ai suoi lettori prima di addentrarsi in quella relativa allo “specchio armeno” (intorno al quale ruoterà tutta la fantasmagorica visione in cui consiste il suo romanzo).
La “farfalla asimmetrica”, spiega correttamente Codazzi, «trae definizione dalla diversità cromatica di un’ala rispetto all’altra pur non essendo biologicamente presente in natura oppure estinta. Questa farfalla compie forse la migrazione più lunga rispetto ad altri esemplari della stessa specie quando, sfuggendo ai rigori del freddo canadese, e da poco formatasi uscendo dalla pupa, inizia la migrazione verso Sud che non sarebbe in grado di compiere con le proprie forze se non fosse accompagnata dai venti che soffiano nella stessa direzione. Spesso però la forza di questi venti è tale che nei vortici di essi talvolta le ali delle farfalle si staccano perdendosi nell’aria, ma si dice anche che alcune di queste ali, sempre per la forza dei venti, si riconnettano ad altre mutile di un’ala generando così esemplari con ali diverse»

Nel caldissimo agosto 2003 il pittore-copista Cosimo Armagnati riceve tramite un gallerista milanese, che rifiuta di rivelare la vera committenza, la commissione di riprodurre un ritratto di donna conservato nella Galleria di Palermo: per straordinaria coincidenza, questa tela rappresenta per lui il punto di riferimento di tutti i suoi miraggi amorosi, definendosi come l’obbiettivo di una lunga ricerca, tutta astratta e interiore, dell’amore assoluto e per questo inattingibile. Il quadro si rivela il punto di convergenza di diversi destini, anche lontanissimi nel tempo che portano Cosimo ad avvilupparsi in un’intricata ragnatela di riferimenti storici che hanno a che fare con la pratica della stregoneria e con l’operato della Santa Inquisizione in Sicilia.

Tre sono le piste che fanno capo a Palermo e alla riproduzione del quadro: geograficamente partono da Firenze, dove Cosimo vive e lavora; dalla base delle Alpi, dove nacque il pittore che dipinse l’originale ritratto di Beatrice Gurrieri, commissionato dal fidanzato di lei secondo una tradizione consolidata nell’isola, ma occasione per il fulmineo innamoramento della donna nei confronti dell’artista venuto dal Nord, e una tutta sicula, che vede coinvolta anche la famiglia omonima del sovrintendente al museo, Vella, e che da cui discendeva il promesso sposo di Beatrice, Nicola. ….

… Il romanzo intreccia elementi storici con pura fantasia rappresentata dal risveglio dopo secoli della donna “imprigionata” nel quadro. Il primo aspetto è evidente non solo nelle ambientazioni e nelle rievocazioni degli eventi che precedono di secoli il viaggio di Cosimo in Sicilia, ma anche nell’approccio documentaristico che ho impugnato nell’affrontare la ricostruzione dei fatti e dei personaggi, la loro genealogia immaginaria, tenuta insieme dalla rete delle omonimie e delle ricorrenze meteorologiche, è confortata da una profusione di dati e testimonianze di vario tipo, che vanno dal volume ritrovato misteriosamente nella biblioteca di Lapo Delmonte fino ai racconti orali e alle memorie paesane che costituiscono il sostrato antropologico cui fa riferimento il tema della stregoneria, volendo evidenziare, soprattutto, come l’opinione moderna sull’inquisizione in genere e la Santa Inquisizione in Sicilia, sia stata assai condizionata dalla storiografia sette-ottocentesca definendone dei contorni che in realtà non erano poi così diversi dai poteri secolari contemporanei.

Nonostante le 192 pagine del romanzo e della complessa intarsiatura dell’intreccio, credo di essere riuscito a mantenere quel certo stile sintattico (che mi viene riconosciuto), che lega lunghissime frasi o pagine (che definirei sinfoniche), e un lessico che ritengo appropriato, talvolta dimenticato nelle polverose pagine dei dizionari, con la precisa volontà di sedurre il lettore nella stessa maniera che lo scrivere in un certo modo rapisce il sottoscritto, ma anche per differenziare la “scrittura” da qualsiasi altra forma di comunicazione che per loro natura hanno scopi e necessità diverse dalla letteratura. La vicenda che si dipana nel romanzo, secondo il mio peculiare ritmo stilistico musicato da periodi lunghissimi e scanditi da frasi “quasi musicali” nello sviluppo della loro articolazione fino a riempire, talvolta, con uno di essi l’intera pagina. Ho anche cercato di fondere notizie reali di fonte storica con invenzioni di pura fantasia, ma verosimili, sia negli ambienti descritti, sia per quanto concerne i personaggi trattati.
Per concludere credo che la scrittura, che voglia considerarsi letteratura, debba avvolgere il lettore nella sua rete di verità e finzioni e condurlo, quasi stregato, ammaliato dallo svolgersi dei fatti, verso una possibile ma non certa soluzione finale alla quale il lettore dovrò concorrere secondo la propria sensibilità e capacità di interpretare i fatti narrati.
L’ultimo capitolo inizia con l’esergo di un proverbio armeno. “ Dal cielo sono cadute tre mele: la prima è per chi ha raccontato, la seconda per chi è stato ad ascoltare, la terza per chi ha capito”